mamma e neonatoÈ di questi giorni la triste vicenda della morte di un neonato all’ospedale Pertini di Roma.
La dinamica resta da chiarire, così come le cause del decesso. Indagine e autopsia forniranno maggiori dettagli. La prima ipotesi è che la piccola sia stata schiacciata dalla mamma addormentata. In realtà, sono già stati avanzati dubbi, poiché alcune dichiarazioni parlano del corpicino ritrovato di fianco alla madre, che farebbe pensare più a una morte per causa naturale, che a un soffocamento.
In tutti i casi possibili, la vicenda mette in luce un grande problema di cui ancora non ci si è fatto carico: la solitudine delle mamme, che fa rima con l’immane fatica che devono affrontare.

I dibattiti su questa notizia di cronaca sono per la maggior parte incentrati sul co-sleeping, che vede una grossa diatriba tra sostenitori e non, sulla morte in culla, in particolare sugli accorgimenti per prevenirla, sulla necessità del contatto totale per far ingranare l’allattamento, visti tutti i suoi benefici.
In tutto questo dov’è la mamma? Quella mamma, appena nata anche lei se è al primo figlio, che arriva da 9 mesi di sconvolgimento totale, bellissimo, ma a volte non privo di problematiche. Quella mamma che ha magari appena affrontato ore e ore di travaglio, sconvolgenti fisicamente e mentalmente. Quella donna, una volta nato il suo piccolo, dovrà iniziare a prendersene cura come solo una mamma sa fare, totalmente, visceralmente. E lo farà con tutto l’amore che ha e nel modo che conosce.
Nuova mammaOggi tanto si fa e tanto si dice sul tema della genitorialità, spesso anche troppo, al punto che molti genitori soffrono anche di ansia da prestazione: mille modelli da seguire ed emulare, mille teorie da seguire sull’allevamento dei proprio piccoli, mille libri da leggere che pretendono di dir loro come essere genitori perfetti, per non parlare dei più disparati corsi e professionisti, pronti a realizzare il genitore perfetto.
Possibile che non ci siamo ancora accorti che uno dei più grandi problemi delle mamme è che sono lasciate sole? A partire dal momento della nascita. In alcuni ospedali, la prima notte è concesso di lasciare il bambino al nido, perché visto l’imminente parto, si cerca di dare un po’ di tempo alla mamma per riposarsi. Sacrosanto, se la mamma riesce a superare il senso di colpa per aver “abbandonato il bambino al nido”, o la paura che quelle poche ora a distanza vadano a inficiare l’avvio dell’allattamento al seno. Tutte convinzioni che a qualsiasi mamma dei nostri tempi passeranno sicuramente per la testa in quella prima notte.
Dal mattino successivo però si è catapultati in centrifuga sia fisica, sia emotiva di nuove responsabilità.
I primi giorni, quelli in ospedale sono per lo più vissuti come una bolla, visto lo sconvolgimento dell’esperienza e sono estenuanti, seppur felici.
Poco basterebbe per aiutare un po’ le mamme, permettere loro di avere qualcuno vicino, che si prenda cura di loro, che tenga il piccolo se devono andare in bagno, che le aiuti nel tentativo di mangiare, perchè magari in quel momento il piccolo sta mangiando anche lui, o anche solo qualcuno con cui scambiarsi uno sguardo, da cui ricevere un abbraccio, o una carezza. Perché sì, nessuno sa prendersi cura come le mamme, ma anche delle mamme bisogna prendersi cura.
Certo, se questo qualcuno potesse essere il papà, sarebbe stupendo, per la coppia, per la famiglia, ma per il papà stesso. Ma anche qui bisogna addentrarsi nella giungla di permessi, licenze lavorative, etc.
Tra l’altro sappiamo che il baby blues, una condizione di malinconia fisiologica a cui vanno incontro più o meno tutte le donne, si verifica tra il 3 e 4 giorno dopo il parto, quando la donna è ancora in ospedale, o prossima all’uscita..
Il covid, ora ci sono le restrizioni per il covid, ma siamo così sicuri che permettere a un’unica persona di affiancare la mamma, anche dopo aver fatto un tampone, sarebbe così rischioso? Soprattutto oggi che le restrizioni si sono così allentate ovunque. E comunque anche prima della pandemia, non è che dopo il parto fosse permesso di ricevere tutto questo aiuto.
Il punto è che questo approccio alla maternità non caratterizza solo i primi giorni purtroppo.

GenitorialitàIl grosso problema è che l’approccio alla maternità nei primi giorni di ospedale rispecchia totalmente quella della nostra società verso la genitorialità: gravidanza e parto fortemente medicalizzati, attenzione diretta primariamente al corpo della donna, senza nessun attenzione concreta al suo benessere psicologico, per non parlare di quello del papà, che viene lasciato perennemente sullo sfondo, relegato a un ruolo secondario e non validato nel suo ruolo fondamentale, come dovrebbe essere.
Per le mamme il non farcela non è contemplato, il limite alla fatica non è concesso, da subito devono essere prestanti: allattare e accudire il bambino, nonostante tutto.
E’ vero che il rapporto tra una madre e il suo piccolo è esclusivo, soprattutto nei primi anni di vita, anche per una questione biologica, ma proprio per questo forse bisognerebbe cominciare ad aiutare le donne seriamente e da subito. Prima non lasciandole sole in ospedale, dopo non lasciandole sole a casa, e dopo ancora sostenendole nel loro rientro a lavoro, dando loro la possibilità di non doverlo abbandonare. Ma per avere tutto questo servono un cambio di mentalità e delle azioni istituzionali che in questo momento sono utopiche, purtroppo.
E intanto a volte capita che qualche mamma non ce la faccia.
Se forse quella mamma avesse avuto la possibilità di essere aiutata un po’ di più in quei giorni, o qualcuno fosse potuto rimanere con lei la notte, oggi non saremmo qui a fare queste riflessioni.

Se le mamme venissero aiutate un po’ di più dopo il parto al loro ritorno a casa, penso ad altri stati in cui durante i primi giorni le mamme ricevono al domicilio figure come ostetriche o doule che si occupano di indirizzare i loro primi giorni a casa, se le politiche del lavoro fossero più formato famiglia, se il benessere psicologico dei genitori e il sostegno alla genitorialità non fossero solo interventi riparativi, a cui accedere quasi solo privatamente e in ottica riparativa e non preventiva, forse avremmo una società in cui una mamma e un bambino non rischiano di venire schiacciati dalla stanchezza. Se e forse.

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